martedì, Luglio 21

Alla “Puncia” passò Carlo, viaggiatore del mondo e costruttore di sogni

Dopo il post degli amici di Voce del Gambarogno, anche GambarognoNews svela un incontro avvenuto a marzo alla foce del Cedullo: una barca colorata, un messaggio di pace e un viaggiatore forse già ripartito verso nuove avventure.

Quando il blog amico Voce del Gambarogno, gestito da Lorena ed Eros che salutiamo con piacere, ha pubblicato il post dedicato al “Robinson Crusoe” di San Nazzaro, ho capito che forse era arrivato il momento di raccontare anche un piccolo incontro avvenuto qualche mese prima, sulle rive del lago Maggiore, accanto alla foce del Cedullo. Nel loro articolo, pubblicato sabato 9 maggio 2026, veniva descritta una presenza insolita alla foce del torrente, con una capanna rudimentale e una sorta di zattera che aveva attirato la curiosità di chi passava da quelle parti.

Era una tranquilla mattinata di marzo, per la precisione il 13. Prima di mettermi a scrivere su GambarognoNews, come spesso mi capita al mattino, ero uscito a fare due passi per San Nazzaro. Un po’ di esercizio fisico, certo, ma anche quel tempo sospeso che aiuta a pensare, a osservare, a lasciar sedimentare le idee.

Quella volta, invece di rientrare direttamente a casa, ho pensato di scendere verso il lago, sotto l’ex ristorante Molinetto, ormai chiuso. È lì che le acque che sgorgano dal monte Gambarogno si tuffano nel Lago Maggiore.

Arrivato alla foce del Cedullo, alla “Puncia”, come affettuosamente la chiamano i locali, ho girato l’angolo e, sulla spiaggia che prosegue in direzione di Vira, ho notato qualcosa di davvero curioso.

Davanti a me c’era una strana imbarcazione, una sorta di metamorfosi tra una nave vichinga e un risciò orientale. Era decorata con bandiere, colori, disegni, messaggi e simboli di pace. Sulla coperta spiccava anche un simpatico Buddha, avvolto in un mantello arancione fluo.

Più che un semplice natante, sembrava un’opera in costruzione. Una creatura assemblata con fantasia, pazienza e forse anche con una buona dose di ostinazione. Catturato dalla bellezza di quella presenza inattesa, e naturalmente mosso dalla curiosità, mi sono avvicinato.

È stato allora che ho notato un movimento all’interno della piccola capanna costruita sopra quella specie di imbarcazione.

Fu così che conobbi Carlo.

All’interno del suo progetto nautico, forse svegliatosi da poco, c’era un uomo sulla cinquantina. Il mio interesse, a quel punto, era inevitabile: chi era? Da dove arrivava? Che cosa lo aveva portato proprio lì? E soprattutto: che cosa stava costruendo?

Con molta gentilezza, dall’interno della sua barca, Carlo rispose alle mie domande. Parlava soprattutto spagnolo, e non tutto era facile da ricostruire con precisione. Ma una cosa era chiara: Carlo portava con sé un messaggio di pace. Anzi, forse il progetto stesso era già il messaggio.

Carlo mi raccontò di aver venduto la sua casa in Spagna quando aveva circa trent’anni. Non mi spiegò davvero i motivi, e forse non era necessario. Da quel momento, disse, aveva girato il mondo. Quasi tutto. Le Americhe, da nord a sud. L’Asia. Molti viaggi, soprattutto in bicicletta.

Per un certo periodo si era fermato a Biasca, ma poi qualcosa lo aveva rimesso in movimento. Mi spiegò anche di aver avuto l’occasione di scambiare un carretto — almeno così ho capito, anche se forse la parola non rende esattamente l’oggetto — con una barca a vela. Quella stessa barca che ora sembrava nascondersi dentro la sua costruzione colorata.

Quel giorno Carlo aveva 54 anni. Dopo un lunghissimo giro per il mondo era arrivato alla “Puncia”, a San Nazzaro. E lì, in quel punto del Gambarogno dove il torrente incontra il lago, stava costruendo un catamarano per continuare il suo viaggio. Non più sulle due ruote, ma sull’acqua.

Tornando a casa, il primo pensiero fu quasi giornalistico: “Che fortuna, ho trovato un’idea per un articolo, anzi, per un documentario”. Poi però, riflettendoci meglio, quella sensazione cambiò. Mi parve poco corretto puntare i riflettori su Carlo, sulla sua storia e sul suo rifugio provvisorio.

Era stato gentile, aperto, disponibile. Ma forse proprio per questo meritava anche discrezione.

In fondo, mi aveva augurato pace. E in pace l’ho lasciato.

Ora Carlo non è più lì. La sua barca è sparita. Nel frattempo, come spesso accade quando qualcosa di insolito appare in uno spazio pubblico, sono arrivati anche i commenti. Sul blog amico c’è chi ha invocato l’intervento delle autorità e le multe per il divieto di campeggio.

Non so quale sia stata la fine di questa piccola storia. Non so se Carlo sia stato invitato a spostarsi, se abbia scelto da solo di ripartire o se abbia semplicemente concluso ciò che stava costruendo.

Mi piace però pensare che il suo progetto sia riuscito. Che quella strana imbarcazione colorata, sospesa tra viaggio, arte povera e sogno, abbia davvero preso il largo. E che Carlo, con il suo messaggio di pace, sia salpato verso un’altra riva, verso un altro approdo, verso una nuova avventura.