
(foto fotogramma filmato)
Per le gambarognesi e i gambarognesi nati lungo la riviera del Gambarogno, l’omonimo monte ha da sempre avuto il volto della familiarità. Con il suo mantello verde, dalla vetta ci ha protetti in un certo senso, quasi come un guardiano silenzioso.
Il Gambarögn – così lo chiamano in dialetto – è stata meta di impegnative camminate per chi, partendo dalle rive del lago, desiderava affrontare un’ascesa di qualche ora. Dal frenesio delle spiagge affollate si saliva a un livello quasi ascetico: la vetta era un obiettivo spesso sfiorato appena sotto, al Poncino della Croce, da cui la vista ineguagliabile ripagava delle fatiche, insieme al panino nello zaino. I sentieri, spesso all’ombra degli alberi, nascondevano alla vista ciò che si sarebbe poi potuto ammirare dall’alto.
Il Gambarögn si scopre per la prima volta da bambini, con escursioni semplici, alla portata di chi ancora non si era fatto grande, partendo ad esempio dal Colle di Neggia. In inverno il mantello verde scompare: l’oro autunnale lascia il posto ai toni blu dei mesi freddi, mentre salendo, tra neve e sole timido, l’esperienza di arrivare in vetta diventa quasi un trasporto in un altro luogo. Qui molte giovani e giovani Gambarognesi hanno mosso i primi passi sugli sci o sullo snowboard, sotto l’occhio attento del monte.
Oggi, quel monte che ci ha sempre protetti ha una nuova anima. Alcuni di quei giovani che sono cresciuti all’ombra del Gambarögn hanno deciso di rendergli omaggio con una presenza nuova e vitale. Tutto è iniziato con la trasformazione della vecchia casermetta militare in una capanna. Ma lascio volentieri la parola a Manolo, che nel seguente filmato di Ticino Turismo ci guida in vetta, senza fatica, ma attraverso la forza delle sue parole.
Per maggiori dettagli sulla capanna: www.capannagambarogno.ch
